CAPITOLO PRIMO
12 agosto 1576
Ora prima
1
La prima cosa che Niccolò Taverna sentì fu l’odore. Il lezzo
greve dei corpi che bruciavano nei fopponi, le grandi fosse comuni scavate in
città e nelle campagne, veri e propri varchi per l’inferno che ardevano senza
sosta, ma che non sembravano mai sufficienti per accogliere i morti che
riempivano le strade.
Niccolò si agitò nel suo giaciglio, cercando di tenere gli
occhi chiusi per non svegliarsi, ma dopo l’odore furono i suoni ad aggredirlo,
e la nausea gli strinse la bocca dello stomaco. Si portò le mani sugli orecchi:
tutto inutile. Quelle grida, quei pianti, quelle urla isteriche ormai
campeggiavano nella sua mente da giorni, e non sarebbe bastato quel gesto a
cancellarli.
Trattenendo un gemito si mise seduto sul bordo del letto,
poi aprì gli occhi e guardò dall’altra parte della stanza, dove Anita aveva
trascorso gli ultimi giorni con lui, rantolando sul pavimento.
Era ancora tutto come prima, come quando i monatti erano
venuti a portargli via sua moglie.
Niccolò sapeva che avrebbe dovuto sbarazzarsi degli stracci,
delle coperte e della paglia intrisi di umori infetti che avevano fatto da
giaciglio ad Anita. Avrebbe dovuto bruciare tutto, come imponevano le ordinanze
del tribunale di Sanità e le gride
del governatore stesso, che tentavano disperatamente di arginare con quelle
misure il dilagare della peste, ma sapeva anche che se l’avesse fatto di Anita
non gli sarebbe rimasto più niente. Niente oltre al ricordo del suo viso
pallido, dissanguato dalla malattia, le pustole e i bubboni gonfi, il terrore negli
occhi, velati della follia che si impadronisce della mente quando la morte
arriva a soffiarti nelle nari.
Niccolò si passò le mani sul viso e provò a respirare a
fondo, ma il suo corpo si rifiutava di inalare l’olezzo rancido di cui era
impregnata la casa e che filtrava dalle imposte, insieme alla finissima cenere
in sospensione che nelle ultime settimane aveva ammorbato l’aria di Milano.
“Cenere di corpi bruciati...”
Il pensiero gli acuì la sensazione di malessere nello
stomaco, e si sorprese di non essersi ancora abituato alla vista di tante
persone gettate nelle fosse comuni, perché le fiamme purificassero la malattia
che le aveva rese irriconoscibili.
Ma poi si costrinse a dilatare le narici e a raccogliere
aria nei polmoni, e quel gesto fu determinante per costringerlo ad alzarsi e
dirigersi all’armadio, dove prese i vestiti e si preparò in fretta per uscire.
Mentre indossava le calzebraghe e una camicia di cotone con
polsi e colletto arricciati, ripensò ai casi che aveva ancora in sospeso.
Avrebbe dovuto agire in fretta ma con tatto e discrezione, perché la gente non
avrebbe capito le necessità del suo incarico di notaio criminale e non sarebbe
stata propensa a seguire le disposizioni di legge e a sottoporsi agli
interrogatori necessari alle sue indagini.
Niccolò sospirò e si allacciò in vita la cintura con i ganci
per lo sfondagiaco d’ordinanza, la borsa con i denari e gli strumenti del suo
mestiere. Ai piedi calzò morbidi mocassini di cuoio realizzati dagli artigiani
di Porta Vercellina, dono di suo zio Matteo Taverna, cugino di terzo grado del
grande Francesco, che era stato uno dei più illuminati governatori della
capitale. Lui non avrebbe mai potuto permetterseli. Il suo stipendio di
magistrato gli bastava appena per sopravvivere e per pagare l’esorbitante
affitto mensile che il proprietario del palazzo chiedeva per la sua stanza,
soprattutto dopo che Anita si era ammalata e lui si era lasciato abbindolare da
guaritori senza scrupoli, che lucravano sulle sofferenze della gente.
Quando fu pronto lanciò un’ultima occhiata alle cose di
Anita, ammassate in un mucchio disordinato, e si disse che non poteva più
rimandare. Sebbene il lavoro lo reclamasse, doveva prima trovare sua moglie e
scoprire se anche lei era diventata parte della nube di cenere che gravava su
Milano. O se era ancora preda dei diavoli che le scavavano tane dolorose nel
corpo e nell’anima.
Varcò deciso la porta della stanza e si lanciò lungo le
scale, tremando all’idea di ciò che lo aspettava.
«Benedetto ragazzo, dove corri con tanta furia?»
Svoltando l’ultima rampa, Niccolò aveva quasi travolto una
donna grassa che stava salendo lentamente i gradini, sbuffando e tenendosi
aggrappata al corrimano.
«Zia Ofelia...» si scusò imbarazzato. «Sto andando da Anita.
Ma lei...» scosse la testa, senza aggiungere altro.
«Vuoi che ti accompagni? Che ti prepari qualcosa per lei?»
«No, grazie, non ce n’è bisogno» rispose Niccolò cercando di
allontanarsi.
Zia Ofelia lo fermò con una stretta poderosa. «Aspetta,
portale una di queste» disse indicando la cesta che teneva al braccio. «Le ho
preparate con le mie mani. Sono sicura che la povera Anita ne trarrà
giovamento.»
Niccolò trattenne un’imprecazione. Sapeva che non c’era
altro modo per liberarsi di zia Ofelia che accettare le sue offerte culinarie.
«Grazie» si arrese, infilando la mano nella cesta e pescando
qualcosa di molle, che gocciolava.
«Stai attento» lo mise in guardia lei, «è una birraia
fresca, lasciata ad ammorbidire per tutta la notte.»
Cercando di nascondere il disgusto, Niccolò osservò la forma
di pane duro intrisa di birra acida che gocciolava sulle scale, minacciosamente
vicino alle sue scarpe.
«Grazie» disse, imponendosi di sorridere. «Anita la
apprezzerà di certo. Ma adesso devo proprio scappare.»
Niccolò si allontanò tenendo la birraia gocciolante a un
braccio di distanza dai suoi preziosi mocassini, poi quando fu in strada,
lontano dallo sguardo della zia, lanciò la matassa spugnosa in un canaletto di
scolo.
Anita aveva sempre odiato la birraia, e non era certo quello
il momento per convincerla ad assaggiare le prelibatezze di zia Ofelia.
Franco Forte
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